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    Amore, attrazione, passione...

    Subire un ascendente da parte di qualcuno...  credere che la cosa sia reciproca… Pensare, "Per fortuna che le nostre vite sono sempre più diverse e distanti".... per giustificarsi...

    L'ho sentita mille volte... L'altalenarsi di amore, ragione, sentimento, passione, senso di colpa...

    Mi chiedo come si leghino amore e attrazione…se finito uno può rimanere l’altra e che importanza ha…

    Infondo le cose che ci attraggono e fanno male sono tante... Basta imparare a resistere per evitarle ? ? ? ? ?

    C'è qualcuno che per molto tempo è stato la tua droga... poi, ne sei uscito...  ma in qualche modo una sadica voglia di farsi del male... resta????

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    Amo tutto ciò che è stato

    Amo tutto ciò che è stato,
    tutto quello che non è più,
    il dolore che ormai non mi duole,
    l’antica e erronea fede,
    l’ieri che ha lasciato dolore,
    quello che ha lasciato allegria
    solo perché è stato, è volato
    e oggi è già un altro giorno.

    Fernando Pessoa

    Cercasi cuore disperatamente...

    Oggi non riesco a mettere ordine…

    In questi giorni non concludo niente, passo da una cosa all’altra senza senso…non riesco più ad intercettare il mio cuore.
    Il mio cuore, il centro del mio mondo, il perché faccio una cosa piuttosto che un’altra, il perché delle mie scelte…non lo trovo…aiuto!
    Ho bisogno di un amico, di qualcuno che mi prenda per mano e mi aiuti a razionalizzare, a guardare le cose da fuori, a fermarmi.
    Da sola non ce la faccio, da sola continuo a girare come una trottola senza meta..senza il mio centro…mi sono persa.

    Cercasi cuore disperatamente.


    ... spezzone di uno scambio di posta con un conoscente... m'è piaciuto quello che ho scritto, sarà perchè penso ogni singola parola... e allora, non poteva mancare sul mio diario di vita!

    Bhè, innanzitutto sei perdonato per il ritardo... anche se io sono ancora di quella corrente di pensiero che ..."fare aspettare una donna è sempre imperdonabile!"...

    A dire la verità, ci sono abituata, epistolarmente parlando ( e questo caso ci si avvicina! )... Ormai c'ho fatto il callo!

    Prima o poi, la gente s'annoia, inizia a scrivere un pò di meno, dimentica di averti avuto anche solo per un prezioso istante nella sua vita... e finisce per sparire così come l'hai conosciuta... per caso!

    Che dire? Io continuo a scrivere finchè non ricevo più risposte alle mie domande, a volte anche un pò più a lungo... a seconda dell'importanza che attribuisco alla persona in questione!

    Odio sparire dalla vita delle persone... C'è chi è vulnerabile, chi eccentrico, chi permaloso... io sono una nostalgica... e ho solo 24 anni... Sarò una vecchietta irrecuperabile! :)

    Quindi, detto ciò... continuerò a risponderti... che tu appartenga o no alla mia ristrettissima cerchia di amici...

    Potrei annoiarti... o finire per parlare di tutt'altro argomento... sei liberissimo di farmelo presente qualora, come adesso :) , non me ne accorgessi...

    Continuerei comunque a farlo lo stesso, ma consapevolemente! :)

    Adesso, ti saluto... Uomo super Impegnato...

    Notte da una nottambula,
    ---Agnese---

    ...

    E se cadendo mi sbuccerò le ginocchia... le cicatrici mi serviranno a ricordare quanta forza ho tirato fuori per rialzarmi!...

    E se non riuscirò a rimettermi in piedi mi cullerò nel ricordo di quella volta in cui c'ero riuscita e la sconfitta sarà meno amara!

    --- Agnese ---

    Altro che "SE IL MONDO FOSSE FATTO SOLO DI DONNE NON CI SAREBBERO GUERRE".....

    Alla soglia dei miei 24 anni e tre mesi mi sono accorta che alle persone non piaccio... almeno, non a tutte... ma alla gran parte...
    Alle donne poi... quelle si che nutrono grande repulsione nei miei confronti! (DICIAMO CHE DI CONSEGUENZA E COL
    TEMPO LA COSA E' DIVENTATA RECIPROCA )


    Sarà perchè ho un modo schietto di dire le cose...
    Sarà il mio modo di creare barriere che le spaventa...
    Sarà il fatto che con loro sto molto sulla difensiva...
    Sarà che ho un valido cervello pensante!

    Comunque sia... non è che m'importi + di tanto...

    E' solo che... Caspita mi sono sempre chiesta perchè gli uomini fanno gruppo e le donne s'ammazzano fra di loro... ???????????

    Altro che "SE IL MONDO FOSSE FATTO SOLO DI DONNE NON CI SAREBBERO GUERRE"....
    Io immagino un'estinzione della specie causa malelingue, gelosie e rappresaglie per i vestiti!



    Che implicita TRISTESS!

    L'ARTE DI TACERE...

    .
    "È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio."
    "Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare."
    "Nell'ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente."
    "Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di debolezza e imprudenza, ma parlare quando si dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa discrezione."
    "Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi."
    "Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo: in questi casi l'ultima cosa da temere è saper conservare il silenzio."
    "Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita, non è virtù minore dell'abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora.''
    "Si è naturalmente portati a pensare che chi parla poco non è un genio, e chi parla troppo, è uno stolto o un pazzo: allora è meglio lasciar credere di non essere genii di prim'ordine rimanendo spesso in silenzio, che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare."
    "Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene essere sempre molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla."
    "Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna.


    Abate Dinouart "l'arte di tacere"

    ...




              
           Indietro non si può più tornare.... 
    ma il viaggio continua  ... a modo mio!

    CIAO ELUANA!

    h 8,10...
    ELUANA S'E' SPENTA NEL SUO ULTIMO LETTO D'OSPEDALE...



    MI SICHIUDE LO STOMACO APPRENDENDO LA NOTIZIA... D'ACCORDO O MENO SULLA SORTE CHE LE E' STATA RISERVATA... RIVIVO MOMENTI TREMENDI... MOMENTI DI DOLORE INALIENABILE... HO I BRIVIDI!!!

    IMMAGINO I SUOI ULTIMI ISTANTI, I SUOI ULTIMI RANTOLI... CE LI HO BEN CHIARI NELLE ORECCHIE... E NON SONO PIU' CONVINTA CHE SIA STATO GIUSTO...

    CIAO ELUANA... VOGLIO RICORDARTI CON QUESTE PAROLE... IL TUO ULTIMO GIORNO DA DONNA E AL CONTEMPO IL PRIMO DI UNA TREMENDA ODISSEA... SENZA RITORNO!



    L’incidente
    Il 18 gennaio 1992 Eluana aveva da poco compiuto
    ventuno anni. Era un sabato.
    La tragedia ci colse lontani e impreparati. Io e Saturna,
    la mamma, eravamo in Trentino Alto Adige,
    per una settimana bianca. Eluana invece aveva preferito
    rimanere a casa, a Lecco. Le avevamo lasciato la
    nostra auto ed eravamo partiti con la sua piccola utilitaria
    per la Val Pusteria, destinazione Sesto, in provincia
    di Bolzano.
    Parlammo con lei per l’ultima volta la sera precedente,
    ci sentimmo per telefono verso le dieci e mezzo:
    era stanca, già in pigiama, le tapparelle di casa abbassate
    per la notte. Rientrata un’ora prima dalla palestra
    che frequentava con l’amica Laura, non aveva
    accettato l’invito a cena di Cristina, la seconda delle
    sue amiche del cuore. Non aveva alcuna intenzione di
    uscire, e così le augurammo una notte di sogni belli
    come lei. Ci salutammo come se fosse la fine di un
    giorno qualunque.
    Ma la sorte virò, disonesta, all’improvviso. Eluana
    fu chiamata da alcuni amici che insistettero affinché
    andasse al Kalcherin, uno dei pochi locali di ritrovo
    giovanile esistenti al tempo nella nostra zona, dove c’era
    una festa a cui lei, l’anima della loro compagnia di
    ventenni, non poteva assolutamente mancare. Eluana
    alla fine cedette, tolse il pigiama, prese la mia Bmw dal
    garage e si avviò, sicura e ignara, verso Garlate, a pochi
    chilometri da Lecco. Raggiunse la comitiva che era nel
    locale e stettero insieme fino a notte tarda. Poiché aveva
    gelato, l’amico Andrea si offerse di portarla a casa
    con la sua auto e di tornare l’indomani a recuperare la
    mia macchina. Eluana declinò la proposta e si avviarono
    a Lecco ognuno sul proprio mezzo, lei davanti, Andrea,
    solo, dietro.
    Alle tre e mezzo, sulla strada provinciale che collega
    Calco a Lecco, l’auto di Eluana slittò sull’asfalto
    ghiacciato, entrò in testacoda e si schiantò contro un
    muro e un palo. All’arrivo dei soccorsi, tempestivamente
    intervenuti perché chiamati da Andrea quasi in
    diretta, le sue condizioni apparvero già gravissime: era
    in coma, gli arti immobili, i riflessi quasi del tutto assenti.
    All’ospedale Circolo di Lecco, in fase acuta, le radiografie
    dimostrarono «una frattura dell’osso frontale
    e una frattura-lussazione (cioè una frattura con scivolamento
    in avanti) della seconda vertebra cervicale
    »; tramite una Tac dell’encefalo si riscontrò la presenza
    di un’emorragia nell’emisfero cerebrale sinistro
    e lesioni «in diverse sedi del cervello, in particolare
    nella regione fronto-temporale dell’emisfero sinistro e
    nei nuclei talamici di ambo i lati».
    Eluana fu sottoposta a trazione cervicale, all’intubazione
    tracheale e alla ventilazione meccanica. In seguito
    la situazione si aggravò: «Il rigonfiamento degli emisferi
    cerebrali provocò la compressione del tronco encefalico
    e la comparsa di un’emorragia nella parte più
    alta dello stesso (il mesencefalo)».1 Nei giorni seguenti
    il quadro clinico rimase gravissimo sebbene l’ematoma
    si riassorbì lentamente.
    Eluana restò in coma.
    Mio fratello Armando telefonò sabato mattina alle nove
    e mezzo. Ci saremmo dovuti incontrare l’indomani
    quando, lasciato l’Alto Adige, Saturna e io avremmo
    fatto tappa a Paluzza, vicino a Udine, il mio paese natale,
    per poi rincasare in serata. Armando, grave, disse
    che era successo qualcosa a Eluana e che dovevamo
    partire subito. «Chiama l’ospedale, Beppino» aggiunse.
    Solo, in un angolo dell’hotel, contattai telefonicamente
    il reparto di rianimazione dell’ospedale e la verità
    mi investì a cuore scoperto. Raggiunsi Saturna in
    camera che capì dal mio sguardo, capì ancor prima
    che proferissi parola. Comprese come solo ad alcune
    madri accade di comprendere, nell’immediato, nella
    lontananza e nel silenzio, con l’anima protesa e le lacrime
    in agguato.
    Il viaggio del ritorno fu tristezza cupa e dolore sen-
    za voce. Arrivammo in ospedale nelle prime ore del
    pomeriggio. Durante la nostra assenza, i conoscenti,
    più o meno stretti, si prodigarono per lei: Andrea, non
    trovandoci, avvertì Francesca, la terza delle amiche
    più care, che giunse al pronto soccorso alle otto, quattro
    ore e mezzo dopo l’incidente. I medici le riferirono
    che la situazione era gravissima: «Non sappiamo se
    si riprenderà; ma se dovesse farlo rimarrà paralizzata
    ». Chiamò i genitori di Cristina perché era a conoscenza
    del legame tra le due famiglie, i quali si precipitarono
    da Eluana e fecero contattare Armando, che
    poteva sapere come avvisarci. E così fu. La rete della
    solidarietà rispose, puntuale e sollecita.
    Arrivati in ospedale parlammo con la dottoressa
    dell’unità operativa di rianimazione Giovanna Mottura
    e con un collega. Ci spiegarono chiaramente la
    condizione in cui versava Eluana: la situazione era
    drammatica per le diverse implicazioni del trauma
    cranio-encefalico provocato dallo schianto automobilistico,
    ma non era ancora possibile fornire una diagnosi
    certa del quadro clinico; si potevano solo attendere
    le quarantotto ore successive, determinanti per
    le possibili evoluzioni, di vita o di morte.
    A me e Saturna balenarono subito alla mente, così
    come era accaduto a Francesca qualche ora prima, i
    discorsi precisi e accorati di Eluana riguardo la rianimazione,
    la sua paura di diventare una marionetta priva
    di coscienza, il suo terrore di poter sopravvivere
    senza più autonomia, pensieri e relazioni. Eluana co-
    nosceva quali possono essere, a volte, i risultati degli
    interventi rianimatori su pazienti che hanno subìto
    gravi lesioni cerebrali. Essi, pensava, vengono sì strappati
    alla morte, ma la vita che viene loro restituita risulta
    ridotta a brandelli: dipendenza totale dagli altri,
    sopruso continuo di mani altrui, incoscienza, impossibilità
    di compiere movimenti volontari. Eluana ci disse
    di non voler sopravvivere in quelle condizioni neanche
    un minuto, che se quello era il prezzo da pagare
    per rimanere in vita era di gran lunga preferibile morire.
    Il suo non era il pensiero fugace di un giorno di malinconia,
    non era una parola buttata in giro dopo le forti
    impressioni di un momento. No. Le sue riflessioni
    erano il frutto dei valori profondi che aveva preso a
    guida e sostegno della propria vita, qualcosa forte come
    una volontà di ferro e auspicato come il desiderio
    più intimo. Eluana, ahimè, sulle questioni di libertà, di
    vita e di morte non parlava a vanvera. E pretendeva rispetto,
    pretendeva patti a suggellare impegni reciproci
    di mutuo intervento: come spiegherò in seguito, ci ha
    chiesto la parola, mia e di Saturna, che avremmo vegliato
    su di lei e mai avremmo permesso quello scempio
    di sé, quella pazzia. «Non a me, ricordatelo» ci diceva.
    Le ore di attesa divennero giorni, settimane, mesi e
    anni, prima di poter stabilire l’irreversibilità delle condizioni
    cliniche di Eluana. In tutto questo tempo il suo
    stato rimase pressoché immutato.
    La diversità propria della nostra mentalità, del nostro
    modo di vivere e intendere la vita, si è manifestata, terribile,
    fin dalle prime battute della nostra tragedia familiare.
    In quei primi giorni, in quell’assaggio dell’inferno a
    venire, furono tremendi gli incontri con la dottoressa
    Mottura, che abitava – e tuttora abita – nel nostro stesso
    condominio. Tra i professionisti sanitari lei fu la
    prima con cui affrontai la questione prioritaria – l’unica
    questione importante: la volontà di Eluana non
    era quella di tentare tutte le vie possibili per riceverne
    in cambio una vita dalle condizioni di totale indegnità.
    La dottoressa mi parlò di protocolli rianimativi e
    percorsi prestabiliti per i quali vige esclusivamente la
    ricerca spasmodica della stabilità dei parametri vitali.
    Mi spiegò cos’era lo «stato di necessità», un lasso temporale
    nel quale, data la gravità delle condizioni, si innescavano
    meccanismi tali da escludere la pratica del
    «consenso informato»2 sia del paziente sia di chi ne
    esercitava le veci. I medici erano autorizzati a compiere
    ogni manovra volta alla sopravvivenza della persona
    indipendentemente dalla volontà di chicchessia.
    Le porte della ritirata erano sbarrate, la vita di
    Eluana sotto il dominio dei protocolli rianimativi.
    Cinque giorni dopo l’incidente ebbi un chiaro esempio
    della prassi che la dottoressa Mottura aveva cercato
    di descrivermi. I medici decisero di praticare a Eluana,
    già intubata dall’arrivo al pronto soccorso, una tracheotomia,
    un foro nella trachea per facilitare la ventilazione
    e permettere una maggiore igiene orale.
    Il primario del reparto di rianimazione, Riccardo
    Massei, mi informò della pratica che presto sarebbe
    stata avviata sul corpo di Eluana. Risposi che non avevo
    alcuna intenzione di firmare l’autorizzazione per
    quel trattamento invasivo e il primario, con altrettanta
    chiarezza, mi spiegò che non aveva bisogno di ottenere
    alcun tipo di consenso da parte di nessuno. Se l’équipe
    medica riteneva doveroso per la salvaguardia dei
    parametri vitali della paziente praticarle una tracheotomia,
    l’avrebbe attuata nel pieno rispetto dei Codici
    Civile, Penale e Deontologico. La loro consuetudine di
    avvicinare i parenti prima di effettuare l’intervento sul
    paziente non era motivata dalla ricerca del consenso
    informato, da fornire al posto dell’interessato inconsapevole
    – consenso del quale non avevano alcuna necessità
    –, quanto da un’attenzione nei confronti dei parenti
    che avrebbero altrimenti potuto subire lo shock
    di rivedere all’improvviso il loro caro con uno stoma
    nella gola, attaccato a un macchinario che, tramite una
    cannula, gli infonde aria nei polmoni.
    Eluana fu dunque tracheostomizzata.
    In seguito riprese a respirare da sola e il trattamento
    di respirazione artificiale venne definitivamente sospeso.
    A poco più di un mese dall’incidente Eluana uscì dal
    coma e riaprì gli occhi.
    A questo evento non seguì però il ripristino della
    coscienza. Eluana era sì vigile, intendendo con questa
    espressione che nelle ore diurne apriva gli occhi: era
    presente in lei uno spontaneo ciclo sonno-veglia, ma
    era totalmente scollegata rispetto all’ambiente circostante.
    Eluana non guardava, non rispondeva, non dava
    alcun segno di sé; era entrata in una fase transitoria
    detta «stato vegetativo».
    Come si spiega l’approdo a questa poco conosciuta
    condizione clinica? Cos’era successo nella scatola
    cranica di Eluana, da giustificare un tale esito?
    Una delle esperienze che accomuna chi vive accanto
    a una persona colpita da un grande male è l’iniziazione
    a un nuovo alfabeto – sconosciuto fino a poco
    prima –, un linguaggio tecnico nel mio caso, con il
    tempo divenuto dolorosamente familiare:
    Con ogni verosimiglianza il trauma è all’origine sia
    dell’emorragia nell’emisfero sinistro – che di per sé
    non giustificherebbe uno SVP [stato vegetativo permanente]
    – sia e soprattutto di un danno diffuso delle fibre
    nervose della sostanza bianca degli emisferi (il cosiddetto
    danno assonale diffuso). Si può presumere
    che siano stati interrotti almeno in gran parte i collegamenti,
    in entrata e in uscita, fra la corteccia cerebrale
    e i centri nervosi sottostanti. Il tronco cerebrale, invece,
    non risulta danneggiato completamente dal trauma,
    come dimostra la ripresa della respirazione spontanea
    e dell’alternanza sonno-veglia.3
    Per comprendere il legame «causa-effetto» tra le lesioni
    cerebrali subìte nell’urto e i sintomi evidenziati
    occorre far attenzione ad alcuni termini.
    Sintetizzando grossolanamente, l’encefalo, l’intero
    contenuto della scatola cranica, comprende il cervello,
    il tronco encefalico e il cervelletto, che si prolunga
    fuori, nel midollo spinale.
    Il cervello è formato da due emisferi, destro e sinistro,
    connessi tra loro da una formazione mediana, il
    corpo calloso, ed è suddiviso nei lobi frontale, parietale,
    occipitale e temporale. Ogni emisfero è formato da:
    – la corteccia cerebrale (o materia grigia), lo strato
    esterno che ricopre gli emisferi, sede, o perlomeno implicata
    nei processi, di: sensazione, percezione cosciente,
    analisi dei dati e attività connesse alle funzioni superiori
    (la memoria, il comportamento, il linguaggio).
    Collegata ai centri sottocorticali, da essa partono,
    inoltre, i comandi per l’esecuzione dei movimenti
    volontari, che arrivano ai muscoli scheletrici. Se essa
    risulta lesionata, l’impulso nervoso non raggiunge la
    sede finale e dunque non si possono avere le sensazioni;
    – la sostanza bianca, più profonda, sottostante la corteccia
    cerebrale, ricca di fibre nervose mieliniche che
    connettono i neuroni della corteccia ai centri sottocorticali
    e al midollo spinale.
    Il midollo spinale ha la funzione di innervare il corpo
    umano con fibre che, dal corpo, tornano al midollo
    cariche di informazioni sensitive e motorie (relative ai
    movimenti dei muscoli); se esso viene lesionato si perdono
    tali funzionalità.
    Il tronco encefalico connette invece cervello e midollo
    spinale. In esso risiedono il centro per la regolazione
    vaso-motoria, il centro respiratorio, i nuclei di
    origine dei nervi cranici e vi transitano tutte le vie afferenti
    (sensibilità somatica ma non la vista e il tatto)
    ed efferenti (gli impulsi nervosi con cui gli emisferi
    controllano la motilità). È sede inoltre del sistema reticolare
    attivatore ascendente, una rete di fibre che attiva
    i neuroni corticali, ponendoli in condizione di
    funzionare. Il suo incarico è assicurare, insieme all’attività
    mediatrice del talamo, lo stato di vigilanza con il
    continuo bombardamento della corteccia. Serve dunque
    a mantenerci svegli.
    Eluana ha riportato lesioni sia alla corteccia cerebrale
    sia alle aree sottostanti, la sostanza bianca e i centri sottocorticali,
    che hanno così interrotto il collegamento
    tra cervello e corpo, e annullato la capacità ricettiva
    agli stimoli della corteccia stessa. L’impulso che non arriva
    più alla corteccia raggiunge invece le aree sottocorticali,
    nelle parti rimaste integre, e ciò spiega perché
    viene mantenuta una reattività agli stimoli esterni,
    un’attività riflessa, automatica, non modificata
    dall’apprendimento.
    Anche il midollo spinale è rimasto fortemente
    lesionato a seguito della rottura dell’epistrofeo,
    la seconda vertebra cervicale. Il tronco encefalico, pur
    traumatizzato, continua invece ad assolvere al suo
    compito di regolatore delle funzioni vegetative: per-
    mette la respirazione spontanea, il ciclo sonno-veglia,
    mantiene costante la temperatura corporea, la produzione
    di ormoni e il livello di pressione del sangue.
    Quindi perché non è riemersa la coscienza o la consapevolezza
    di sé e del mondo esterno? Perché questa
    è data dalla complicata interazione di corteccia, talamo,
    e tronco,4 e nel caso di Eluana, questa possibilità
    è venuta meno, secondo la documentazione clinica sul
    caso, in modo irreversibile.
    Con l’approdo allo stato vegetativo persistente (per
    definizione, vedremo, si dice tale uno stato vegetativo
    che si protrae per più di un mese) la condizione
    clinica di Eluana si fece stabile e cominciò l’assistenza
    quotidiana con le terapie necessarie – allora come
    adesso – per mantenerla in vita: la nutrizione e idratazione
    artificiale, un presidio medico in grado di
    nutrire il paziente impossibilitato a farlo da sé, i farmaci
    contro l’epilessia, le vitamine e un insieme di
    cure riabilitative atte a impedire la formazione di
    piaghe da decubito e l’atrofizzazione degli arti.
    Iniziò così la seconda fase del decorso clinico di
    Eluana: un percorso riabilitativo intenso che potesse
    coadiuvare una qualche forma di ripresa della vita cognitiva
    e di relazione.
    Era la fine del febbraio 1992.